Risolvere i propri problemi è sempre un cazzo in culo non indifferente, specie quando la vita, di problemi te ne scarica addosso una valanga tutti insieme.
Avere o meno amici cambia poco e nel mio caso, che amici ne ho sempre avuto pochissimi, cambiava ancora meno.
Anacolutha non sono sempre stato soltanto io.
Qualcuno ha anche paragonato me a Checco Zalone quando imita Giuliano Sangiorgi. “Noi Anacolutha sono..”.
Me la presi un sacco, sì, parecchio in quell’occasione ma solo un anno dopo il “game over” capisco quanto quel commento fosse reale.
Anacolutha, forse, ha solo avuto me come componente della band.
Facevo i demo, gli arrangiamenti, i testi, i mix, i social, le parti legali, le iscrizioni, i video, tutto. Facevo tutto io. E allora sì: “Noi Anacolutha.. faccio tutto.”
È passato un anno e a me, in realtà ne sono trascorsi almeno dieci. Ho fatto tante di quelle cose - alcune anche molto belle - da non aver quasi mai avuto modo di prendermi un attimo di pausa e capire cosa fosse successo. Agli altri, mica a me.
Ho trascorso due anni di merda. Veramente i peggiori se escludo qualche mese di piacevole benessere ormai sacrificato a quello che la vita chiede di fare: risolvere problemi, miei e di altri.
Un leitmotiv costante nella mia vita. E allora ci si chiede: “dove sbaglio”?
Non ho sbagliato, ho semplicemente fallito.
Quando segui un ideale importante non puoi farlo senza alleati. Non puoi fingere che tutto ti stia bene pur di continuare a fare quello che ami. E sebbene dopo un anno mi manchi fare quello che amo, riconosco che investivo troppo tempo in qualcosa in cui credevo solo io e quando il cazzo in culo fu troppo, e mollai la presa, tutto si risolse con un facile “game over”.
Non sono un eroe. Quelli, ci muoiono dietro ai loro ideali. Né ho mai pensato di volerlo diventare. Sono pur sempre uno a cui piace immaginare che non si debba per forza essere martiri per fare ciò che “è giusto”.
Ho investito così tanto tempo ad immaginare un mondo migliore che alla fine, ho completamente perso di vista la cosa più importante: il mio di mondo.
C’ero andato vicino.. ero riuscito a fare ciò che amavo, da solo, senza dover “pagare nessuno”. Ma non bastava. Per una cosa così grossa, servivano “alleati”. Non complici, quelli scappano se le cose si mettono male.
Ed ora, dopo un anno, capisco perché “game over”. Io mi alleavo alle persone perché forse sentivo che sarebbe arrivato il momento in cui ne avrei avuto bisogno io di alleati.
Gli altri non “sono stati cattivi con me”.
Sono stato io a mentire (a me stesso) appiccicando alle persone caratteristiche che non erano loro. Non c’è una cosa giusta o sbagliata. Forse faccio le cose con la speranza - o con la pretesa silenziosa - che il cambiamento arrivi semplicemente perché me ne prendo cura. Ma non basta. Prendersi cura delle cose non significa sempre riuscire a trasformarle.
Mi manca suonare. Non lo faccio da un anno. Il 4 Maggio 2025 gli Anacolutha suonano al Centrale vincendo il secondo posto del contest di cui non riscuoteranno mai il premio. Il 16 maggio, giorno prima del mio compleanno, “Game Over”.
L’ho fatto perché pensavo fosse l’unico modo per vivere almeno il giorno del mio compleanno in “pace” dopo un periodo di guerre e battaglie lunghissime che mi avevano drenato di ogni energia e motivo di andare avanti, non solo con la band, ma con la vita in generale. Ne avevo avute abbastanza, cercando di fingere che tutto, in qualche modo, andasse bene. Non riuscivo a dire “non ce la faccio più” e se lo facevo, qualcuno aveva un buon motivo per dire “sto peggio io, non rompere il cazzo”.
Quando stavo molto bene la gente diceva che “non era vero” e quando poi stetti male, la gente disse che “non era vero”. Tilt. Sì, a quel punto resti solo nel tuo cazzo di cervello e butti la spugna per non appenderti al muro con una corda di basso.
Non vale poi tanto quello che tu sai di te ma quello che gli altri pensano di te.
Io ero convinto che gli Anacolutha fossero Ian, Bobby e Rim Die.. ma a quanto pare era solo una versione idilliaca dentro alla mia testa. Gli Anacolutha ero io, nel bene e nel male.
Mi spiace da morire. Lo dico indossando una canottiera con il logo del progetto (che ho fatto io sì come tutto il resto).
Volevo che funzionasse. Non lasciavo che accadesse. Mi andava bene tutto. Troppo. Mi sono adattato alla famiglia, alle relazioni, al lavoro, agli amici, perfino ai componenti della band. Mi sono piegato a quasi tutto pur di non perdere ciò che amavo. Ma non è servito. Perché dopo un anno capisco una cosa che fa male più del game over: non basta amare qualcosa per salvarla, se nel frattempo smetti di salvare te stesso.
Ian
Game Over
Insert Soul